domenica 5 settembre 2010

 

Perché Quarta fase?
La scelta di un nome ha sempre a che fare con una identità. Con una storia. La nostra è la quarta fase dei cattolici democratici nella vita politica italiana.

Quarta fase, perché questo tratto di strada che insieme vogliamo percorrere è quello che viene dopo un cammino lungo. Possiamo sintetizzare così: la prima fase è quella del popolarismo sturziano. La lunga preparazione del cattolicesimo italiano all’incontro con la democrazia; la stagione dell’intransigenza; l’elaborazione culturale di una proposta originale e dirompente, che avrebbe segnato un secolo di vita civile e politica. L’invenzione del partito politico d’ispirazione cristiano, laico e aconfessionale; il programma come perno di un impegno per la comunità. Poi la stagione della clandestinità, dell’esilio, della resistenza. In quella incubatrice i valori della ricostruzione democratica nella quale i cattolici avrebbero avuto un ruolo decisivo, di protagonisti. E’ la seconda fase: quella della Democrazia cristiana, vissuta all’insegna dell’unità partitica dei cattolici italiani. Insieme per scelta e per necessità. Correnti di destra e di sinistra. Sinistra sociale e sinistra politica. Sensibilità diverse, storie diverse. A collegarle, a saldarle assieme, oltre tante contraddizioni e limiti, il tema della costruzione della democrazia italiana come lento e paziente processo di crescita. Di allargamento e di condivisione.

La terza fase è quella che si inaugura con il nuovo Ppi. E’ la stagione più drammatica e più difficile. Coincide con un paradosso apparentemente inspiegabile: il tramonto di una grande forza politica nel momento in cui la storia le dà ragione. La Dc ha esaurito il suo compito storico ma nessuno è in grado di raccogliere il frutto di una democrazia finalmente matura. Chi ne erediterà il potere non si mostrerà all’altezza di quel patrimonio di cultura politica. La fine dell’unità del partito avviene con il crollo dell’argine a destra, al quale le leadership democristiane – anche le più moderate – non avevano mai rinunciato, in nome di un antifascismo vissuto fin dall’inizio come elemento costitutivo e fondante del partito. Il bipolarismo italiano si inaugura con questo segno: la sostanziale sottomissione, a destra, di una grande parte dell’elettorato democratico cristiano ad una guida politica fondamentalmente estranea allo spirito e ai valori della democrazia costituzionale.

Sull’altro fronte si colloca la scelta dei Popolari. Non solo degli eredi delle sinistre democristiane, ma di coloro che non si rassegnano alla regressione verso una dialettica politica impostata sullo scontro e sulla replica di vecchi ideologismi che si pensavano definitivamente archiviati. La polarizzazione della lotta politica secondo lo schema comunismo/anticomunismo riporta indietro le lancette della storia e riconduce l’Italia al largo di una transizione che si pensava compiuta.

L’impegno dei Popolari è per la costruzione di un bipolarismo mite e civile. E’ per un’alternanza che sia davvero compimento di una democrazia finalmente matura. E’ per un’opposizione costituzionale che prepari l’alternativa nel segno di una più moderna cultura di governo, proponendo alla sinistra una sfida impegnativa e decisiva: rinunciare alla propria autosufficienza e riconoscere la necessità di un’apertura e di un incontro tra le forze democratiche che condividono gli stessi principi costituzionali.

E’ il tempo dell’Ulivo. A pensarlo, a costruirlo, a renderlo più radicato nel tessuto civile del paese lavorano, da protagonisti, i cattolici democratici. E’ un impegno che passa attraverso tappe diverse, che vede vittorie e sconfitte.

La stagione del secondo Ppi è segnata dalle une e dalle altre, e come accadde per la prima, la sua vita politica si consuma rapidamente. La terza fase si conclude con una scelta di portata storica: la rinuncia allo strumento partito di ispirazione cristiana e la decisione di investire ciò che resta di quella tradizione culturale e politica in un soggetto politico nuovo e più vasto. La Margherita Democrazia è libertà è l’approdo ma anche l’inizio di una nuova fase: la quarta. Quella del partito democratico.


Perché il partito democratico

Siamo profondamente convinti che il partito democratico serva al futuro di questo paese. La motivazione più profonda che ci spinge ad impegnarci per questo progetto la rintracciamo nella grave crisi che oggi corrode l’idea stessa di democrazia, nello scenario nazionale, e più in generale in quello globale.

Di quella democrazia che è sempre più evidentemente svuotata nel suo contenuto politico, di potere del popolo e per il popolo dall’emergere di altri poteri al di fuori di ogni controllo. Siano essi quelli dell’economia, della scienza, della tecnica.

La crisi della democrazia, in questo senso è anche crisi della politica come capacità di governo dei processi e degli interessi. E la crisi della politica è anche la conseguenza della perdita di appartenenze, di identità, di memoria, di storie, di legami sociali, in un tempo dominato dalla frammentazione e dalla crescente solitudine degli individui nelle società.

Il partito democratico dovrà essere, in questo senso, strumento di ricollegare la passione civile di tanti alle scelte necessarie a costruire un futuro condiviso. A rafforzare la democrazia dell’alternanza. A rendere efficace, moderna e giusta l’azione di governo. A rinnovare le istituzioni rappresentative, rendendo più civili e partecipati la gestione del potere civile e lo sviluppo economico.

Ricostruire una politica democratica vuol dire per noi ripartire dal valore della comunità. Non c’è democrazia senza popolo. E non c’è popolo senza riscoprire la dimensione dell’altro che è, insieme, limite alla nostra individualità ma anche condizione imprescindibile per l’affermarsi in modo pieno della nostra umanità. In questo senso il personalismo comunitario dei cristiani rappresenta una pietra angolare della democrazia cui è impossibile rinunciare.

Essere e definirsi cattolici democratici nella politica oggi comporta l’esercizio di questa responsabilità difficile: investire la nostra laicità come risorsa per governare una società sempre più complessa e multiculturale. Saper leggere criticamente la modernità senza rinunciare a cambiarla. Senza rassegnarsi alla logica pura e semplice della testimonianza che, per non contaminarsi, finisce per restare fuori dalla storia.

Se questa è la premessa e la cornice in cui siamo chiamati ad agire, la domanda di fondo è quella che riguarda i contenuti del nostro impegno. L’apporto in termini di elaborazione e programmi che vogliamo dare al partito democratico.

Un partito che dovrà essere nazionale, popolare nel senso dell’apertura, del radicamento e della capacità di leggere e rappresentare politicamente il sentire più profondo del paese. Le sue domande, le sue attese, i suoi bisogni. Un partito plurale, non autoreferenziale, capace di ascolto, luogo di partecipazione effettiva e non saltuaria e di comune elaborazione delle risposte da dare alle persone e alle comunità. Un partito che corrisponda nei suoi statuti al dettato costituzionale e che rifletta nel suo modo di essere e di vivere la politica la democrazia come principio fondante.
Rafforzare le radici della nostra democrazia significa contrastare il declino morale e civile del nostro paese. Impegnarsi perché si affermi una rinnovata cultura della legalità. Perché nel tempo che è seguito alla fine delle grande ideologie si recuperi l’imprescindibile riferimento ai valori etici come presupposto di un’azione politica finalizzata al bene comune, capace di riattivare passione, condivisione, legami. Capace di guardare al futuro esaltando la solidarietà tra le generazioni.

Vogliamo partecipare alla costruzione di un partito democratico che riesca a riscattare la parola libertà dall’ipoteca di un egoismo individualista che ne ha deturpato il contenuto. Libertà delle persone in un rapporto di reciproca responsabilità. Libertà dalle povertà, dalle ingiustizie, dalle disuguaglianze. Libertà di partecipazione e di informazione. Libertà dai privilegi di una società chiusa e bloccata. Libertà dalla mancanza di opportunità, soprattutto per i più giovani e per le donne di questo paese, ancora troppo lontana da un’effettiva parità di genere. Libertà nutrita di nuovi diritti e di corrispondenti doveri.

Crediamo nella straordinaria attualità del principio costituzionale della sussidiarietà, nell’inestimabile valore civile rappresentato dall’autonomia delle comunità e degli enti locali, dei corpi intermedi, delle forze sindacali e dell’associazionismo, dalla vitalità di quanto nel sociale cresce, si organizza e si autoregola, dalla famiglia come cellula fondamentale della nostra società. Crediamo che sia compito del potere politico riconoscere e valorizzare questa autonomia, garantendone la libera espressione nella cornice rappresentata dal bene comune.

Crediamo nelle istituzioni come presidio più alto della libertà e della giustizia. E siamo persuasi che sia urgente tornare a riflettere sull’idea di stato come res pubblica, casa comune, come soggetto degli interessi collettivi. Sui contenuti e i limiti dei poteri pubblici. Su come rendere più efficiente, giusta e responsabile nei confronti dei cittadini la pubblica amministrazione a tutti i livelli.

Vogliamo lavorare, insomma, per uno stato più efficiente e una società più civile.

Crediamo nel mercato come istituzione che non può vivere senza regole e senza una vera ed effettiva concorrenza. Che non può fare a meno di poteri autonomi che garantiscano il rispetto delle regole e sanzionino gli abusi, contrastando monopoli e oligopoli. Crediamo che nel mercato una tutela speciale vada riconosciuta ai diritti del cittadino consumatore. Così come riteniamo che vadano salvaguardate le specificità delle imprese i cui contenuti abbiano un particolare valore sociale, come ad esempio il non profit, il terzo settore, il mondo cooperativo.

Vogliamo valorizzare il lavoro come bene sociale, come premessa ineliminabile della crescita e dello sviluppo del paese. Come diritto dei giovani, senza il quale non c’è futuro. Vogliamo che il partito democratico investa sulle nuove generazioni, mettendo al centro del suo impegno la formazione, la scuola, la ricerca, l’innovazione, la lotta alla precarietà.

Vogliamo partecipare alla costruzione della convivenza possibile nel tempo della mondializzazione. Vivere bene insieme. Costruire la pace. Non solo rispettare, ma valorizzare le differenze.

Assistiamo al diffondersi di un nuovo razzismo, dove la distinzione e la discriminazione riguardano la dimensione etnica, culturale, religiosa e su cui si fondano i presupposti di uno scontro tra civiltà cui fermamente ci opponiamo. Quella dell’Occidente accerchiato da nemici sanguinari è secondo noi una profezia che si autorealizza progressivamente, man mano che si fa strada la rinuncia al dialogo e si afferma prepotentemente la categoria del nemico.

Una lettura della storia alla quale non ci rassegniamo, e alla quale contrapponiamo un’altra idea di globalizzazione. All’unilateralismo imposto con lo strumento militare contrapponiamo l’idea della forza del diritto sovranazionale, delle istituzioni di una democrazia multipolare, unica premessa possibile per l’esercizio della forza – pure legittimo e necessario - in un quadro di regole condivise.

Siamo e ci sentiamo cittadini dell’Europa unita. Vogliamo che il partito democratico sia protagonista nella costruzione di un nuovo bipolarismo europeo, partecipando con la forza della sua originalità alla realizzazione di un centrosinistra nuovo, in cui si incontrino finalmente tutte le espressioni del riformismo democratico continentale, aperti alla collaborazione con tutte le forze politiche che nel mondo condividono gli stessi nostri ideali, e dunque anche oltre il perimetro delle attuali famiglie europee.

Crediamo che l’Europa abbia bisogno di politica comune, di un governo comune, di istituzioni comuni con maggiori poteri. Ma soprattutto di un popolo capace di sentirsi comunità pur nella pluralità delle sue radici, delle sue storie, delle sue identità culturali.

Siamo consapevoli che la forza dei grandi processi di mondializzazione sfidi i confini delle nostre comunità, attraverso crescente flussi migratori. Sappiamo che risulterebbe impraticabile l’ipotesi di società chiuse nei loro privilegi in una realtà nella quale quello che chiamiamo il capitalismo occidentale è un sistema che procura benessere al 17% della popolazione mondiale che consuma l’83% delle risorse del globo. Questo sistema non è soltanto economicamente e politicamente squilibrato. Lo è anche culturalmente. Nella visione dell’uomo che ne deriva. Perché l’uomo della società del benessere finisce per essere – o sentirsi – diverso. Questa diversità è fatta, in positivo, di diritti conquistati. Da quelli di cittadinanza a quelli riguardanti i consumi, l’istruzione, la salute e l’allungamento della vita. Ma impensabile che questa diversità diventi motivo di conflitto con chi non può godere degli stessi diritti. Per questo pensiamo che sia necessaria una risposta articolata su più livelli. Non solo le necessarie politiche dell’accoglienza e dell’integrazione, nel quadro di un pieno rispetto da parte di chi viene accolto, delle leggi e dell’identità di chi accoglie. Ma anche l’impegno a potenziare le politiche di cooperazione, per ridurre ingiustizia, disuguaglianze e sfruttamento. Per combattere con la radicalità necessaria lo scandalo della fame, della malattia, del saccheggio delle risorse di paesi abitati da milioni di persone che nel tempo globale non possiamo continuare ad ignorare.

Sappiamo che vivere bene insieme significa anche modificare secondo canoni di maggiore giustizia e solidarietà i nostri modelli di vita e di consumi.

Ma significa anche rispettare e salvaguardare l’ambiente e impegnarsi ad affermare modelli di sviluppo ecosostenibili nel segno di una piena responsabilità nei confronti dell’umanità futura.

Senza questa consapevolezza di fronte alla forza dirompente dei cambiamenti che ci investono – rispetto alla quale avvertiamo tutta l’insufficienza la divisione del campo dei democratici tra riformisti e radicali - non sarà possibile quel nuovo umanesimo che invece auspichiamo.

In questa età del benessere per pochi, in cui l’uomo tende ad assolutizzare i suoi diritti; a piegare il potenziale positivo dell’evoluzione della scienza e della tecnica a fini che sempre più spesso prescindono dalla dignità umana; a esaltare la sua libertà come fatto individuale; a radicalizzare la ricerca del proprio benessere, costi quel che costi; a politicizzare il suo corpo e a metterlo al centro di tutto, anche della politica, noi, cattolici democratici, sappiamo che non possono mancare il nostro impegno dialogante, la nostra tensione e la nostra passione affinché si affermi una nuova domanda etica. E insieme una cultura del limite, capace di tutelare la vita umana dall’inizio alla fine della sua parabola.


Nel nuovo partito come cattolici democratici

C’è un argomento a sostegno di una presenza visibile e incisiva di cattolici nel Pd che è fondato su esigenze politiche, necessarie ad affermare il successo, anche elettorale, del progetto messo in campo. A tutto l’arco di forze del centrosinistra deve essere chiaro che non ci sarebbero possibilità di riuscita se si regalasse alla destra una fetta molto consistente di consenso popolare, di elettorato che si riconosce nelle posizioni della comunità cattolica e che mostra il rilievo inedito del fattore religioso nello spazio pubblico.

Per questo ci impegneremo per un obiettivo che sintetizziamo così: non possiamo e non dobbiamo abbandonare nelle mani di una destra alla ricerca di una nuova identità politica, dopo il tramonto del berlusconismo, né la rappresentanza dei valori cattolici; né l’esclusiva di un rapporto con la chiesa italiana. E dunque lavoreremo affinché il cattolicesimo democratico trovi nel centrosinistra pieno diritto di cittadinanza, e non si regali così allo schieramento dei conservatori (che ne farebbe un uso improprio, consegnando quel patrimonio alle strumentalizzazioni neo-gentiloniane fin troppo scoperte degli atei devoti) il consenso e le convinzioni di tanti cattolici italiani.

L’argomento politico, tuttavia, non precede quello culturale. Per le ragioni di contenuto che abbiamo ricordato, l’apporto dei cattolici al centrosinistra può contribuire in modo originale ad arricchire la riflessione sul futuro della democrazia. Forse per il ritardo e per la fatica che ci è costata l’incontro con la democrazia, infatti, ci sembra di avvertire nel campo cattolico una sensibilità maggiore ai rischi che la democrazia corre nell’impatto con questa modernità. Con la storia del nostro tempo. Con le questioni antropologiche che si pongono di fronte a noi.

In una stagione segnata da forti contrapposizioni, da scontri, da conflitti, segnata dal dominio delle categorie amico/nemico anche nella politica, o dal riemergere di lacerazioni e di steccati che pensavamo ormai sepolti e che invece tornano a contrapporre antichi radicalismi e risorgenti clericalismi, appare insostituibile la risorsa della cultura politica cattolico democratica nella sua attitudine al dialogo. Alla mediazione che costruisce ponti e incontri, anche dove più distanti sono i punti di partenza, nella consapevolezza che in politica talvolta il bene coincide con il minor male. Nella sua sapienza che fonda la distinzione dei piani di fede e politica, ma che riconosce la forza dell’ispirazione cristiana nella costruzione della città dell’uomo. Per tutti gli uomini.

Di una ispirazione che nasce da quella fede che è causa del nostro impegno, ma che ci fa stare in politica, ancora in questa quarta fase, in cammino nella storia, con la forza laica delle nostre ragioni e delle nostre coscienze.